Scienziati critici verso la sperimentazione animale: “Siamo messi a tacere”

Nonostante i progressi tecnologici e normativi verso i nuovi approcci metodologici — organ-on-chip, organoidi, modelli computazionali — molti scienziati che mettono in discussione l’utilità dei test su animali denunciano un clima di ostracismo. Un’inchiesta pubblicata da The Independent (18 ottobre 2024, a firma di Katie Dancey-Downs e Jane Dalton) porta alla luce testimonianze di ricercatori statunitensi e canadesi che parlano di pressioni, censure e carriere bloccate per aver promosso approcci “animal-free”.

Pressioni sul percorso accademico

Secondo un sondaggio condotto dall’organizzazione Index on Censorship, circa un terzo dei ricercatori ha dichiarato di essere stato invitato dai revisori a inserire esperimenti animali per vedere pubblicato un lavoro altrimenti basato solo su metodi alternativi, o meglio, nuovi approcci metodologici focalizzati sulla biologia umana (NAMs).

  • Alcuni riferiscono di essersi visti rifiutare finanziamenti se non includevano dati da modelli animali.
  • Altri parlano di timore di ritorsioni in sede di revisione di progetti o articoli, e quindi preferiscono tacere.

La regola implicita resta quella del “publish or perish”: chi vuole sopravvivere in accademia deve adeguarsi.

Testimonianze di chi ha lasciato i laboratori

  • Lisa Jones-Engel, già primatologa, racconta di essere stata allontanata da una conferenza due ore prima del suo intervento, dopo aver dichiarato di lavorare con PETA. Le fu ritirato il badge e venne scortata fuori. “Sono stata di fatto espulsa come scienziata”, ricorda.
  • Charu Chandrasekera, oggi direttrice del Canadian Centre for Alternatives to Animal Methods, racconta di aver visto respingere una richiesta di finanziamento per la stampa 3D di tessuti polmonari umani: la critica principale era l’assenza di dati su animali. “Il sistema è impostato in modo da non poterlo sfidare se vuoi fare carriera”, afferma.
  • Frances Cheng, che durante il dottorato aveva inserito nei ringraziamenti una nota di scuse agli animali uccisi inutilmente, fu costretta dal supervisore a rimuoverla. Più tardi, spiega, le fu negata una posizione in un ospedale per i suoi legami con PETA e un commentario critico sull’uso di roditori nella nutrizione umana fu respinto per lo stesso motivo.

Tutte e tre hanno lasciato i laboratori tradizionali per dedicarsi a centri e programmi che sviluppano NAMs.

Un sistema difensivo

Chi difende l’uso degli animali, come la britannica Understanding Animal Research, minimizza:

  • secondo l’associazione, chi fa ricerca animale è anche tra i maggiori investitori in metodi alternativi;
  • circa l’80% dei finanziamenti andrebbe già a tecniche senza animali;
  • i casi di esclusione sembrano quindi, a loro giudizio, eccezioni o fraintendimenti.

Ma per i ricercatori critici il problema non è solo economico: è culturale. Esisterebbe ancora l’idea che i dati umani — clinici, in vitro o computazionali — siano “aneddotici”, mentre quelli da animale mantengono una legittimazione automatica, anche quando la loro rilevanza è dubbia.

Questione di libertà scientifica

Le denunce sollevano un tema più ampio: la libertà accademica.

  • Perché un clinico-ricercatore può essere attivista su salute materna o cambiamento climatico, ma non sul superamento della sperimentazione animale?
  • È giustificato che peer reviewers e board editoriali pretendano dati da animali come requisito implicito, anche quando esistono metodi più pertinenti per l’uomo?

Uno scenario in cambiamento

Mentre si discute, le istituzioni si muovono:

  • nel Regno Unito, il governo ha annunciato un piano guidato dal ministro della scienza Lord Vallance per superare gradualmente i test animali;
  • in Europa e Nord America crescono gli investimenti in organoidi, organi-su-chip, modelli in silico.

Il paradosso è che, proprio mentre la tecnologia rende possibili alternative sempre più robuste e umanamente rilevanti, chi le promuove rischia di essere escluso.

Le testimonianze raccolte da The Independent non vanno archiviate come episodi isolati: segnalano un problema di resistenza culturale e di bias dentro la comunità scientifica. Se la ricerca vuole davvero essere evidence-based e aperta all’innovazione, deve permettere un dibattito libero anche sull’abbandono dei modelli animali. Continuare a chiedere “validazione animale” come condizione implicita rischia di frenare sia la scienza che l’etica.

Noi di OSA abbiamo raccolto importanti documenti e pubblicazioni sull’argomento affinché sia data voce alla scienza senza pregiudizi.

Fonte: Dancey-Downs K., Dalton J. (18 ottobre 2024). Scientists who object to animal testing claim they are frozen out by peers. The Independent.