Pesticidi, i dati EFSA mettono in crisi i test sui cani

Per decenni il cane è stato utilizzato come seconda specie negli studi di tossicità dei pesticidi con l’idea che potesse rivelare pericoli non individuati nei roditori. Ma un’ampia analisi dell’EFSA su 461 sostanze attive mostra che questa presunta maggiore sensibilità, nella quasi totalità dei casi esaminati, non trova conferma nei dati. E apre concretamente la strada al superamento di molti di questi esperimenti.

Il cane è davvero necessario per capire se un pesticida può essere pericoloso per l’uomo? È una domanda tutt’altro che marginale, perché da decenni questi animali vengono impiegati negli studi tossicologici richiesti per valutare la sicurezza delle sostanze attive utilizzate nei prodotti fitosanitari.

La ragione storica è apparentemente solida: “affidarsi soltanto al ratto potrebbe non essere sufficiente”, perché una seconda specie potrebbe risultare più sensibile e far emergere effetti tossici altrimenti non rilevati.

Ma quando questa ipotesi viene confrontata con centinaia di sostanze già studiate, il vantaggio attribuito al cane si ridimensiona drasticamente.

È quanto emerge da una nuova valutazione scientifica dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), che ha riesaminato i dati relativi a 461 sostanze attive per capire quanto gli studi sul cane contribuiscano realmente alla valutazione dei pericoli.

Una maggiore sensibilità che spesso è solo apparente

Uno dei parametri fondamentali degli studi tossicologici è il NOAEL (No Observed Adverse Effect Level), la dose più alta alla quale non vengono osservati effetti avversi.

Se nel cane questo valore è più basso rispetto al ratto, la conclusione più immediata è che il cane sia più sensibile. E proprio questa differenza può contribuire alla definizione dei livelli di esposizione considerati sicuri per l’uomo.

Il problema è che un NOAEL più basso non dimostra automaticamente una maggiore sensibilità biologica.

Gli esperti dell’EFSA hanno quindi analizzato le differenze osservate tra le specie tenendo conto della variabilità biologica e sperimentale, delle caratteristiche degli studi e delle differenze nelle dimensioni corporee.

Il risultato è netto.

Nel 97% dei casi rilevanti per la definizione dell’ADI, la dose giornaliera accettabile, le differenze osservate potevano essere spiegate senza chiamare in causa una particolare sensibilità del cane.

Per l’AOEL, il livello accettabile di esposizione dell’operatore, la percentuale era del 95%.

In altre parole, quasi sempre ciò che poteva sembrare una maggiore sensibilità del cane non rappresentava una vera evidenza che questa specie stesse intercettando un pericolo che altrimenti sarebbe sfuggito.

Il problema di un test diventato routine

È qui che il lavoro dell’EFSA assume un significato che va oltre i singoli numeri.

L’impiego di una specie roditrice e di una non roditrice deriva da un’impostazione della tossicologia sviluppata molti decenni fa. La presenza del cane nella batteria di test ha finito così per diventare una componente consolidata della valutazione.

Ma oggi esistono molti più dati e strumenti per verificare se questa seconda specie fornisca davvero informazioni indispensabili.

L’analisi retrospettiva dell’EFSA permette di fare proprio questo: confrontare la premessa sulla quale si è costruito il ricorso al cane con ciò che è effettivamente accaduto in centinaia di valutazioni.

E i risultati mostrano che il contributo aggiuntivo degli studi sul cane è molto più limitato di quanto il loro impiego sistematico potrebbe far pensare.

Non basta sapere quale animale reagisce prima

La tossicologia moderna, inoltre, dispone di strumenti che consentono di andare oltre il semplice confronto delle dosi alle quali ratto e cane mostrano un effetto.

Una questione decisiva è capire cosa accade alla sostanza una volta entrata nell’organismo.

Quanto ne viene assorbito? In quali tessuti arriva? In quali composti viene trasformata? Quanto velocemente viene eliminata? E soprattutto: le differenze osservate tra gli animali hanno davvero un significato per l’essere umano?

È il campo della tossicocinetica e del metabolismo comparativo.

Una differenza tra ratto e cane acquista importanza se deriva da un processo biologico capace di modificare realmente la tossicità della sostanza. Al contrario, una semplice differenza numerica tra due studi può essere molto meno informativa di quanto sembri.

Modelli e nuovi metodi al posto di un secondo animale

EFSA propone quindi di integrare diverse fonti di informazione per stabilire se lo studio sul cane possa essere evitato.

Tra queste rientrano le New Approach Methodologies (NAM), che comprendono metodi in vitro e strumenti computazionali, insieme a informazioni sul metabolismo e sui meccanismi di tossicità.

Particolarmente interessanti sono i modelli PBK (Physiologically Based Kinetic), modelli matematici che simulano il comportamento di una sostanza nell’organismo.

Anziché limitarsi a osservare che un cane e un ratto reagiscono diversamente alla stessa dose esterna, questi strumenti permettono di stimare quanta sostanza raggiunga realmente i diversi tessuti e di confrontare quantitativamente specie differenti, compreso l’essere umano.

È un cambio di prospettiva: dall’accumulare test su specie diverse al cercare di capire quali informazioni servano davvero per prevedere il rischio per l’uomo.

La prova sul campo: tre casi su quattro

EFSA ha infine verificato la propria strategia su quattro sostanze attive: sulfoxaflor, triclopyr, halauxifen-methyl e spinosad.

Non si trattava di casi scelti perché particolarmente facili. Tra questi figuravano anche sostanze per le quali il cane era risultato apparentemente più sensibile del ratto.

Eppure, in tre casi su quattro, l’analisi complessiva delle evidenze ha consentito di concludere, con un livello di confidenza medio-alto, che la valutazione del pericolo avrebbe potuto essere condotta facendo a meno degli studi sul cane.

Quando la tradizione non basta più

Il messaggio che emerge dal lavoro dell’EFSA è quindi più profondo della semplice possibilità di eliminare qualche test.

I dati mettono in discussione il presupposto scientifico che ha sostenuto l’impiego sistematico del cane come seconda specie nella valutazione tossicologica dei pesticidi.

Se nella quasi totalità dei casi analizzati la presunta maggiore sensibilità del cane può essere spiegata senza attribuirgli una capacità particolare di individuare il pericolo, continuare a considerare automaticamente necessario quel modello diventa difficile da giustificare scientificamente ed eticamente.

La strada indicata dall’EFSA è sostituire l’automatismo con le evidenze: metabolismo comparativo, tossicocinetica, meccanismi d’azione, modelli matematici e nuovi metodi possono stabilire quali informazioni siano necessarie e come ottenerle.

È anche un esempio di come sta cambiando la tossicologia. Non si tratta semplicemente di usare meno animali, ma di chiedersi se un modello animale utilizzato per decenni stia davvero fornendo le risposte che gli abbiamo attribuito.

Nel caso del cane e dei pesticidi, l’analisi di centinaia di sostanze mostra che, molto spesso, la risposta è no.

Documento originale:

EFSA PPR Panel (EFSA Panel on Plant Protection Products and their Residues), Coja, T., Adriaanse, P., Finizio, A., Giraudo, M., Kuhl, T., McVey, E., Metruccio, F., Paparella, M., Pieper, S., Scanziani, E., Teodorovic, I., Van der Brink, P., Wilks, M., Hernandez-Jerez, A., Pelkonen, O., Terron, A., Louisse, J., Panzarea, M., Scattareggia Marchese, A., & Choi, J. (2026). Scientific Opinion on waiving of the dog studies in the regulatory process of agrochemicals approval. EFSA Journal, 24(7), e10239. https://doi.org/10.2903/j.efsa.2026.10239