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Comunicato stampa 12 ottobre 2019 «Light Up»

Aggiornato il: gen 3


«Light Up» Ricerca sui «Meccanismi anatomo-fisiologici soggiacenti il recupero della consapevolezza visiva nella scimmia con cecità corticale» sui Primati-Non-Umani Università Torino-Parma

************ OSA è una associazione di uomini e donne di scienza, del settore biomedico, che dal 2014 si batte per il progresso scientifico basato su tecniche avanzate, trasparenza e onestà, in contrapposizione a un sistema che spesso respinge idee innovative e autocritica, che sono invece, da sempre, alla base del progresso scientifico.

Siamo cioè una associazione medico-scientifica che, in nome di una ricerca human-based, di rilevanza umana, si contrappone a chi tuttora, con enorme perdita di tempo e risorse (anche finanziarie), persegue una ricerca -basata sui modelli animali - che nella migliore delle ipotesi non dà risposte adeguate, ma può essere addirittura fuorviante e pericolosa per l’uomo.

A proposito dei 6 macachi che rischiano l’imminente mutilazione chirurgica ai fini di studio e la soppressione, per simulare la condizione esclusivamente umana di blindsight, iniziativa del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino in collaborazione con l’Università di Parma, OSA aderisce all’appello rivolto da associazioni e cittadini al Ministro della Salute, chiedendo la revoca dei permessi e la cessione degli animali a un’oasi di recupero.

Osa ha forti perplessità su alcuni punti chiave:

Nonostante esistano alcune somiglianze nella struttura cerebrale tra umani e macachi, i cervelli di umani e macachi non sono paragonabili, se non in maniera vaga e soltanto analogica: vi sono differenze neuroanatomiche quantitative e qualitative sostanziali fra le zone corticali umane e quelle dei Primati non umani, sufficienti già di per sé a sollevare dei dubbi sui fondamenti medico-scientifici e soprattutto sul valore clinico, traslazionale di simili studi.

Perciò, come è possibile studiare su un modello animale non validato, per di più nell’ottica complessa della riabilitazione dei malati, una condizione così singolare e rara come il blindsight, tale da aver turbato non solo alcuni assunti neurofisiologici, ma anche filosofici, in quanto caratterizzata da presenza di elaborazione in assenza di consapevolezza?

Come è possibile accontentarsi di un modello animale, tanto approssimativo e imperfetto della struttura cerebrale (una scimmia, appunto), quando il modello migliore di uomo è l’uomo stesso, e per di più disponiamo di soggetti umani con blindsight, peraltro già previsti nel progetto?

Perché perdere 5 anni e spendere più di 2 milioni di euro di soldi pubblici per condannare così brutalmente degli animali, sconvolgendo l’opinione pubblica, quando parallelamente sono già studiate, in maniera più efficace e con maggiori feedback immediati le persone volontarie affette da blindsight, che hanno cioè perso la vista a causa di un danno cerebrale, le quali si sottopongono volontariamente a tecniche non invasive di rilevazione? Non dovrebbe questa ridondanza, completamente anacronistica e separata dal pur citato principio delle 3R, escludere il ricorso a simili esperimenti?

Sono più di 50 anni che si studia il blindsight e autorevoli ricercatori affermano che bisognerebbe incentivare la ricerca sull’uomo e soprattutto la riabilitazione dei soggetti affetti da blindsight.

I malati meritano il massimo dell’efficienza, non l’ennesimo spreco di tempo e denaro.

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